Medico: Dott. Marco Pastorini

Il lavoro di psicologo mi ha spinto a cercare di avvicinare la sofferenza psicologica a partire dal corpo e dai segnali che esso manda.

Il corpo e le sue funzioni: mangiare, dormire, evacuare, il corpo nella relazione con gli altri, nelle modalità di esprimere affetti e insoddisfazioni, il corpo e la sessualità, il corpo nella sofferenza. Il corpo è la vita, e lo psicologo si occupa della vita, nelle sue più diverse forme.

Il corpo rappresenta una cornice di esperienze e di significati molteplici e spesso oscuri e sottovalutati.

Il nostro corpo è il canale esperienziale principale, quell’entità che ci fornisce segnali fondamentali per l’equilibrio: piacere, dolore, pieno, vuoto, benessere, malessere.

Il corpo rappresenta un teatro in cui emergono le emozioni, in cui la storia personale si sviluppa e si articola e talvolta si incaglia in sintomi che diventano abitudini, malesseri, dolori.

I sintomi rappresentano il miglior modo in cui riusciamo ad affrontare una situazione difficile e complessa. Rappresentano un punto di equilibrio costoso, ma necessario, in cui la sofferenza viene accettata come “il male minore”. Tanto che, alla lunga, diventa un abitudine, un sottofondo faticoso ma irrinunciabile.

Il malessere psicologico ha sempre un correlato corporeo: si altera la qualità e il ritmo del sonno, la modalità di alimentarsi e il rapporto con il cibo, la funzionalità intestinale, l’attività sessuale. Possono esserci specifiche alterazioni nella respirazione, nella deglutizione, problemi dermatologici e molto altro ancora.

Perché questo succede? Perché il sintomo consente di raggiungere un equilibrio a scapito di un vissuto emozionale pieno e consapevole. Se la rabbia, la tristezza, la noia, la paura e la gamma delle emozioni in genere, non viene sperimentata, riconosciuta e elaborata, ma giudicata e repressa, il nostro corpo reagisce e assume una posizione che, nel tempo, crea malessere.

E le emozioni segnalano il modo in cui stiamo con gli altri.

La psicoterapia, per funzionare, si deve orientare a sviluppare la consapevolezza del corpo attraverso il riconoscimento delle sensazioni e delle emozioni che emergono nelle relazioni con gli altri.

La psicoterapia, per aiutare, deve sviluppare un diverso rapporto dell’individuo con i propri pensieri e con il proprio corpo e le emozioni, deve provare a favorire l’accettazione del qui ed ora come punto di partenza per un cambiamento possibile.

La psicoterapia è una palestra in cui sperimentarsi nella relazione con l’altro in sicurezza. Un percorso guidato per lo sviluppo della conoscenza di sé.

 

Che cos’è la fame nervosa

fame-nervosa-psicologo-genovaQuante volte hai scoperto di mangiare senza avere fame, pochi minuti dopo esserti alzata da tavola, solo per la impellente necessità di masticare di riempire la bocca.

È una sensazione difficile da spiegare. Solitamente è un fare a cui si preferisce dedicare pochi pensieri, come se fosse un’azione sporca, vergognosa. È un farsi beccare con le mani nella marmellata… da se stessi.

Le mani nella marmellata. Quante volte ci hanno beccato a fare un qualcosa di proibito, di moralmente riprovevole, di socialmente inadeguato. La conseguenza è quella voglia intensa di nascondersi, di nascondere tutto, di negare a se e agli altri di aver commesso il reato. La colpa è quella che ci assale, la certezza di essere giudicati negativamente diventa avvolgente. L’unica via di fuga è nascondere la testa nella sabbia, cercare di dimenticare.

La fame nervosa è una sensazione viscerale che spinge all’azione di mangiare senza che alla base ci sia una necessità di riempire lo
stomaco.

La fame nervosa è un comportamento che ha a che fare con l’alimentarsi, ma ha motivazioni che, non essendo esclusivamente nutritive,
si riferiscono all’area emotiva o, più in generale, del sistema nervoso.

Fame nervosa non indica quindi solo il mangiare perché sono nervoso, agitato, teso, ma, più estesamente, mangiare su una spinta emotiva (il termine anglo-americano per descrivere tale situazione è infatti “emotional eating”).

Cosa succede nella mia pancia?

fame-nervosa-psicologo-genovaLa nostra lingua è ricca di rimandi al corpo per rappresentare le emozioni (gambe molli, testa vuota, cuore di pietra, ecc.) e una gran parte, soprattutto per le emozioni quali rabbia, disappunto, impotenza, trasporto, si utilizzano riferimenti all’apparato gastrointestinale. Ma non è solo un modo di dire: attraverso il corpo riusciamo a rappresentare un’esperienza condivisa, ci capiamo meglio perché le emozioni sono universali, e l’apparato gastrointestinale si configura come un vero e proprio elaboratore di emozioni.

L’attività intestinale è controllata dal più grosso agglomerato di cellule nervose al di fuori del cervello. Il cosidetto “cervello addominale” supervisiona le contrazioni intestinali, il trasporto di sostanze dalla mucosa dell’intestino al flusso sanguigno, sceglie fra diversi programmi per la digestione o determina le fasi di riposo. Il cervello addominale fa parte del sistema nervoso autonomo, il sistema di attività non controllate direttamente dalla volontà e dalla coscienza, ma comunica costantemente con il sistema nervoso centrale.

Circa il 90% delle comunicazioni sono “bottom-up” cioè dall’intestino al sistema nervoso centrale e riguardano la trasmissione di informazioni generate nell’apparato digerente, ma c’è una quota minore comunque rilevante, di comunicazioni “top-down”. Forti sensazioni, eventi traumatici, stress emotivi elaborati nel sistema nervoso centrale possono causare disturbi nel funzionamento gastro-intestinale come crampi addominali, coliti, stipsi, diarrea, nausea, vomito. Alcune ricerche hanno messo in luce che le persone depresse hanno un ritmo dei processi digestivi rallentato e tendono alla stitichezza, mentre le persone ansiose presentano un transito accelerato del cibo, in particolare nel colon.

Altre ricerche hanno evidenziato che specifiche emozioni hanno un effetto importante sullo stomaco: per esempio la paura riduce la dilatazione dello stomaco e induce una sazietà precoce. Questo fa pensare che ingaggiare liti o discussioni a tavola, non solo ha un effetto sull’umore, ma anche sulla funzionalità gastro-intestinale con sazietà precoce, dolore, tensione addominale, gonfiore.

Genericamente si tende ad associare una cattiva digestione allo stress. Ciò è corretto ma dobbiamo ricordare che lo stress è un sistema innato finalizzato a salvarci la vita: per l’uomo delle caverne è stato senz’altro funzionale liberarsi l’intestino nelle situazioni di pericolo poiché ciò alleggerisce il corpo favorendo la fuga.

Poiché lo stress è generato dalla percezione da parte del cervello di pericoli reali o presunti, per l’uomo moderno sono molteplici i fattori di stress (situazioni di vita, l’ambito affettivo, lavorativo, ecc.) che inducono il rilascio da parte dell’ipotalamo di specifici ormoni cui il cervello addominale reagisce provocando diarrea, nausea o vomito. E se la condizione di stress è cronica, anche queste reazioni viscerali si cronicizzano.

Una delle conseguenze è la sindrome del colon irritabile di cui soffre una percentuale di popolazione che varia dal 10 al 20 % ed è caratterizzata da persistenti dolori addominali, nausea, vomito, flatulenza, diarrea o stitichezza. La percezione dell’aumentato rischio di vivere situazioni imbarazzanti determinano una riduzione anche consistente delle attività sociali (posso uscire solo se ho la sicurezza di avere un bagno nelle vicinanze; mi vergogno troppo).

Ricerche recenti hanno messo in luce l’efficacia della psicoterapia nel trattamento della sindrome del colon irritabile poiché favorisce una modificazione della percezione degli stimoli interni, riducendo la tendenza a catastrofizzare, cioè la tendenza a immaginare le conseguenze peggiori per ogni movimento percepito nel tratto gastrointestinale restituendo una sensazione viscerale di sicurezza.

Il nostro corpo ci parla costantemente. Sta a noi metterci in ascolto.

Lo psicologo e la dieta dimagrante

Di certo c’è una relazione stretta non solo fra psicologia e alimentazione, ma anche tra sofferenza psicologica e alterazione delle abitudini alimentari.

Lo psicologo aiuta ad affrontare una dieta?

dieta-dimagrante-con-psicologo-per-aiutoLo dimostra la letteratura internazionale e gli studi che abbiamo condotto sui nostri pazienti. Abbiamo infatti distribuito dei questionari riguardanti la depressione e l’ansia e abbiamo rilevato che almeno la metà di loro presenta una depressione di livello sub clinico che altera i comportamenti di alimentazione: un po’ quella che viene chiamata la fame nervosa.

Tutti i nostri pazienti sanno bene di che cosa si tratta perché hanno dimestichezza con quei momenti difficili in cui non sono portati a mangiare per fame, ma perché c’ è qualcosa, che va al di là del cibo, che dallo stomaco quasi ordina di mangiare per stare un po’ più tranquilli. Su questo bisogna lavorare.

Come mantenere i risultati di una dieta dimagrante

Tutti sappiamo che il problema delle diete non è perdere peso, ma è mantenere i risultati che si sono raggiunti. Per contrastare questo fenomeno abbiamo costruito un percorso su misura per i nostri singoli pazienti che tiene conto delle loro esigenze, dal un punto di vista dietologico, emotivo e psicologico.

Proprio perché la dieta non è solo quello che si mangia ma è un modo di prendersi cura di se stessi. Spesso le persone che abbiamo in cura non hanno infatti l’attitudine a prendersi cura di loro stesse.

Noi cerchiamo di dare gli stimoli adatti per convincere i pazienti che non è solo sull’alimentazione che bisogna agire, ma anche sullo stile di vita.

Sappiamo bene che è difficile conquistare questi risultati se si è lasciati da soli, quindi cerchiamo di prolungare la nostra opera quanto è più possibile nel tempo.

Spesso i pazienti vengono da delusioni precedenti e quindi siamo molto attenti a tenere in considerazione questo aspetto consapevoli della fragilità che accompagna le persone che debbono combattere l’obesità.

Mangiamo per abitudine?

Le abitudini rappresentano i binari su cui si sviluppa la nostra quotidianità. Migliaia di atti che svolgiamo senza riflettere, azioni che sono diventate routine per permetterci di svolgerne altre, più complesse, più impellenti, più importanti.

Ti sei mai chiesta se mangiamo per abitudine?

fame-nervosaL’architettura del nostro cervello è costruita in maniera da inserire gli atti più ripetuti nella memoria procedurale in maniera da razionalizzare le risorse e permetterci la miglior sopravvivenza in un ambiente che ci richiede costante attenzione.

Quando guidiamo non poniamo attenzione al momento in cui stacchiamo il piede dalla frizione per inserire la marcia, siamo impegnati a osservare l’auto che ci sta davanti, o a cercare un numero sul cellulare o ad ascoltare la radio. Quando camminiamo non poniamo mente al momento in cui la punta del piede si stacca dal terreno o al nostro ritmo respiratorio. E’ tutto automatico. Abbiamo sempre fatto così.

Spesso anche l’alimentazione diventa una routine, un’abitudine, una serie di azioni che facciamo senza riflettere.

  • In quanto tempo mangio?
  • A che velocità mangio?
  • Dove mangio?
  • Cosa mangio?
  • A che ora mangio?
  • Con chi mangio?
  • Quanto mastico?

Provate a rispondere queste domande, se vi sembreranno strane o non ci avete mai pensato forse è perché il vostro stile alimentare si è ridotto ad una routine, ad una serie di azioni automatiche cui dedicare il minor tempo e la minor attenzione possibile.

Ma perché accade questo? Perché il nostro cervello, nella gerarchia delle cose importanti cui dedicare attenzione, relega l’alimentazione ai piani bassi anche se attraverso l’alimentazione passa la salute?

Succede perché la gerarchia delle cose importanti la decidiamo noi.

Sapete che c’è una grande relazione tra abitudini e umore? Molto spesso l’aumento di peso è dato dal mangiare su base emozionale, la fame nervosa; è per questo che, attraverso adeguati esercizi, è possibile fermare la fame nervosa per perdere peso.

Come affrontare e fermare la fame nervosa?

Cos’è la fame nervosa? Spesso che “non si mangia per riempire lo stomaco, ma per calmare le emozioni”? Mangiare può prendere inizio da una sensazione fisica, ma molto spesso da un’emozione. Se stai mangiando mentre stai provando noia, stress, fatica, tensione, rabbia, solitudine, ansia o depressione, ricorda che sei dentro alla fame nervosa per riempire un vuoto. Stai pensando a come fare per differenziare tra fame corporea e fame emotiva? Non è poi così difficile.

Ricorda, la fame corporea non arriva così all’improvviso: è la fame nervosa quella che ti prende di sorpresa.
E’ la fame nervosa quella che ti fa aver bisogno di essere immediatamente sazio.

La fame corporea può aspettare. Se stai mangiando per appagare la tua fame nervosa, inizierai a mangiare anche se hai lo stomaco pieno, non ascoltando le sensazioni corporee. D’altra parte, se è fame corporea, potrai arrestarti quando hai la percezione di avere lo stomaco pieno. Hai mai provato a osservare come ti senti dopo aver mangiato? Se ti senti colpevole è probabile che tu abbia mangiato per appagare un’esigenza emotiva di cibo. Talvolta ti puoi anche sentire male dopo un’abbuffata di cibo. Coloro che mangiano su base emozionale spesso si sentono tuttavia vuoti, nonostate abbiano mangiato molto più di quello che possono consumare.

Come fermare la fame nervosa

Ora che abbiamo capito cos’è la fame nervosa, cerchiamo di vedere come fermarla.
Il primo passo per bloccare la fame nervosa è proprio quello di fermarsi un momento e chiedersi se sono proprio affamato. Se la risposta a questa domanda è no, allora ciò di cui hai bisogno è un bel bicchiere d’acqua. Se, invece, la risposa a questa domanda è si, aspetta un attimo e prova a valutare quanto sei affamato. Puoi provare a graduare la tua fame da 1 a 10, dove 10 ha un significato di “estremamente affamato”. L’altro aspetto da verificare è qual è l’ultima volta che hai mangiato. Se è più di 3 o 4 ore, allora può essere un segno di fame corporea.
È molto importante imparare a valutare correttamente i propri stimoli di fame. Puoi provare a tenere un diario di questo per un paio di giorni. È meglio se vengono annotati ogni cibo mangiato e le sensazioni associate sia prima che dopo aver mangiato in quei giorni. Questo ti può aiutare a riconoscere le componenti della tua fame.
Talvolta può essere utile distrarre la mente per affrontare la fame nervosa.
Puoi giocare con il tuo gattino, portare il cane a fare una passeggiata, puoi uscire di casa per una corsetta o per un po’ di piscina, guardarti un film (senza patatine o popcorn!), ascoltare musica, chiamare un’amica, farsi una doccia. Questi sono alcuni semplici suggerimenti per distrarre la tua mente dal desiderio di cibo.

Assicurati di seguire una dieta sana e ben bilanciata, di mangiare almeno 4 o 5 volte al giorno. Il passo più importante è di non saltare la colazione, anche se ti sembra che ci siano buone ragioni per farlo. Un tempo troppo grande tra i due pasti principali può mettere a rischio di attacchi di fame nervosa. L’esercizio può aiutare nel gestire gli sbalzi d’umore, lo stress e la depressione; infatti l’esercizio fisico è consigliabile come buona abitudine. Se il riposo non è sufficiente, il corpo è più sensibile agli attacchi di fame nervosa. Perciò è molto importante un riposo adeguato e lasciare che il tuo corpo recuperi dalle fatiche e dagli stress giornalieri.

Se, nonostante i suggerimenti di “come fermare la fame nervosa” continui a mangiare, non sentirti in colpa. Ricorda che si può ripartire da capo il giorno seguente cercando di assicurarsi di non ripetere di nuovo gli stessi errori. Imprecare verso se stessi, giudicarsi negativamente, non aiuta a risolvere i problemi, anzi ti porta a reiterate il circolo vizioso che sta alla base della fame nervosa.

Ti porterà via un po’ di tempo superare questo problema e dovrai lavorare con attenzione nel controllare l’abitudine alla fame nervosa. Ma te lo assicuro, non è così difficile come sembra.

Ansia

ORIENTARSI TRA TERMINI E SIGNIFICATI

Ansia, angoscia, paura, fobia, stress, pressione….cosa significano questi termini? A quale stato fisico ed emotivo corrispondono? Qual è la loro origine? Come è possibile affrontare e gestire con tranquillità queste condizioni?

Ansia: definizione

L’ansia è’ un attivazione generalizzata e aspecifica delle risorse fisiche e mentali della persona di fronte ad un pericolo reale o presunto

Ecco, partiamo dalla definizione. Essere in ansia significa essere agitati, non si sa bene per quale motivo, come se i nostri sensi ci dicessero che non dobbiamo fidarci. Che il pericolo sia reale o presunto, vero o frutto della nostra immaginazione, per il nostro cervello e, di conseguenza, il nostro corpo, non ha alcuna importanza. L’evoluzione dell’uomo, dalle caverne ai palazzi, ha trovato utile stare in allerta, cercare di evitare il più possibile i pericoli, perché ciò garantisce la sopravvivenza e la continuità della specie. Pertanto, entro certi limiti, produce ottimizzazione delle prestazioni, ma è disfunzionale se sovrastimo il pericolo e sottostimo la mia capacità di fronteggiarlo. In questo caso si attivano circoli viziosi che si autoalimentano.

Calcoliamo il livello di ansia

Il livello di ansia è dato da 4 fattori che concorrono nel determinare l’entità del vissuto. Spesso la condizione di agitazione in cui ci si trova a vivere l’esperienza ansiosa ci impedisce di osservare questi aspetti. E’ importante, quindi, provare a ricordarli per chiedersi quanto contano….. Potremmo scoprire che, tutto sommato, non è niente di così terribile.

Il livello di ansia si calcola rapportando il pericolo con l’autostima.

Il pericolo è dato da due fattori, la probabilità che l’evento accada e il tipo di conseguenze che questo può avere. L’autostima è data da quanto mi sento in grado di affrontare la situazione associata alla percezione di aiuto che mi arriva dall’ambiente.

ansia

Se ad ogni domanda provo ad associare un punteggio che va da 0 a 10, con facilità riuscirò ad ottenere l’entità della mia ansia

Trattamento

Il trattamento degli stati ansiosi prevede un iter di sedute (variabili da 10 a 30) nelle quali

– Si monitora il livello di ansia nelle situazioni a rischio

– Si riconoscono le emozioni connesse alle situazioni a rischio

– Si cerca di capire come mai determinate situazioni siano percepite come rischiose ricostruendone la storia

– Si cercano comportamenti e pensieri alternativi e più funzionali nella gestione delle emozioni di paura

VOCABOLARIO MINIMO

  • angoscia, stato d’ansia, senso oppressivo di malessere e agitazione. Da angustiam, strettezza
  • ansia, dal latino anxia, anxietas, anxietudo (agitazione, preoccupazione) che derivano da “angere” (stringere, soffocare). Anxius rimanda alla sensazione di soffocamento (un esempio è dato dal gruppo scultoreo del Laocoonte custodito ai Musei Vaticani). L’ansia si differenzia dall’ Angoscia. A differenza dell’ansia, di origine corticale, che rimanda ad un’esperienza psichica di allarme, l’angoscia proverrebbe da un origine bulbare e presiederebbe ad una sensazione somatica dell’attivazione di allarme
  • ansia di stato, condizione emotiva in un momento particolare e circoscritto
  • esperienza ansiosa, si caratterizza per fenomeni cognitivi: attesa apprensiva, anticipazione eventi negativi, preoccupazioni, sintomi somatici: elevato “aurousal” nei diversi distretti corporei (palpitazioni, sudorazione, tachicardia, tachipnea, pallore, diarrea, spasmi muscolari), sintomi comportamentali: condotta di evitamento, fuga, rassicurazione e ricerca di protezione
  • paura ed ansia, In tedesco i termini coincidono in angst. In inglese la parola “Fear” (paura) deriva dall’antico “faer“ (Oxford Dictionary) che significa “disastro, pericolo” Presagio inquietante, sgradevole di fronte ad un pericolo reale specifico o potenziale. Paura deriva dal latino “pavor. Paura e ansia sono orientate ad eventi futuri
  • ansia anticipatoria, sovrapponibile alla paura, sentimento d’allarme e apprensione in relazione con uno stato ansiogeno ben definito (pericolo)
  • ansia di tratto, disposizione stabile di personalità
  • ansia fluttuante, libera, non legata, acuta, a ondate
  • ansia generalizzata, stato duraturo di attesa apprensiva, eccessiva e irrealistica con preoccupazione di eventi negativi e aspetti di pessimismo
  • ansia nevrotica, conflittuale, somatizzata
  • ansia normale, adattiva, attivata da pericolo realistico, scompare se questo non è più presente non lascia sintomi psichici e somatici
  • ansia patologica: maladattiva, persiste anche senza pericolo realistico, danneggia le funzioni intellettuali e attiva sintomi somatici, impedisce di vivere in armonia con se stessi e con l’ambiente ansia patologica è diversa da ansia normale perché Anacronistica (fa rivivere situazioni passate), Fantasmatica (pericoli immaginari), Stereotipa (ripetitiva)
  • ansia primaria o secondaria, la distinzione si fonda sulle ricerca di fattori ambientali o alterazioni fisiche e psichiatriche precedenti – es. ansia nella depressione, schizofrenia, disturbi organici, ecc.
  • ansia psicotica, più grave, precedente alla costituzione del delirio (stato d’animo, atmosfera per…) o in relazione alla componente delirante o al sentimento di frammentazione
  • ansia sociale, risposta emotiva da esposizione al giudizio altrui
  • coazione o fenomeni coatti, violenza sulla volontà altrui
  • comportamenti controfobici: si ricercano situazioni ed oggetti ansiogeni, forse per controllare le paure
  • compulsione, azione obbligata – dal latino compellere (stringere) o compulsare (costringere)
  • fobia, timore esagerato, irragionevole, che insorge in presenza di pensieri, oggetti, situazioni e si accompagna a senso di angoscia. Dal greco phobos che, prima di paura, vuol dire “fuga”. Phobos anche il nome di una divinità greca che procurava paura. Evoca il desiderio di “evitare” le situazioni temute.
  • inquietudine, termine precursore dell’ansia, condizione di minore entità, insicurezza attenuata, minaccia sentita come possibile e non certa
  • ossessionare, tormentare la coscienza di qualcuno, essere sotto assedio o posseduti da una realtà estranea
  • ossessione, pensiero, immagine, irrazionale, incoercibile – dal latino “obsessio”, “obsidere” (assediare, stare addosso a qualcuno)
  • ossesso, dal tardo latino, definizione per indicare la persona posseduta dal demonio
  • panico, paura improvvisa con tentativi di garantirsi la sicurezza. Timore repentino che annulla la ragione. Con riferimento al dio greco Pan, dio dei boschi e dei pastori, evocatore di paure improvvise e/o immotivate.
  • preoccupazione, ruminazione persistente e ricorrente, comprende anche il rimuginio (worry) presente nel disturbo d’ansia generalizzato pensiero verbale in relazione e possibili eventi negativi

PREOCCUPAZIONE E RIMUGINIO (ansia) pensieri rivolti al futuro

RUMINAZIONE (depressiva) pensieri rivolti al passato

  • sensitività, timore-sospetto che nelle azioni e nelle parole degli altri siano ravvisabili riferimenti personali.
  • soteria, da soter, salvatore, che riguarda la salvezza, cercare oggetti o comportamenti che apportano piacere e conforto (animale di pezza nei bambini, talismani negli adulti).
  • spavento, paura di fronte ad un pericolo improvviso, inatteso. Si differenzia dal riflesso d’orientamento (risposta fisiologica)
  • stress / stressor, termine introdotto da Selye derivante dall’ingegneria (tensione cui è sottoposto un materiale rigido). Reazione biologica specifica rispetto a stimoli ambientali (stressors) finalizzata all’adattamento ma con rischio, in determinati casi, di malattia. Etimologicamente deriva dal latino popolare districtia (stretta, strizzata, angustia, angoscia).
  • timore, stato d’animo di paura o ansia per un pericolo imminente reale o creduto tale e dal quale ci si vorrebbe sottrarre.

Fonti bibliografiche

– U. Galimberti / Dizionario di psicologia, Torino, Utet, 1992

– G. Benedetti / Enciclopedia Medica Italiana, Firenze, USES, 1978

– P. Pancheri, G.B. Cassano / Tattato italiano di psichiatria, Milano, Masson, 1994

– A. Beck, G. Emery / L’ansia e le fobie, Roma, Astrolabio, 1998

– J. Postel, C. Quetel / Nouvelle historie de la psychiatrie, Toulouse, Privat 1983

– G. E. Berrios / The history of mental symptoms, Cambridge, University press 1996

– M. Cortellazzo, P. Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli 2004

attacchidipanico

Depressione

Il male oscuro, la malattia che ti avvelena la vita…..in quanti modi abbiamo sentito descrivere la depressione, quanti brividi ci ha fatto venire ascoltare le storie di chi è stato preda di questo dolore sordo e costante?

In accordo però con la lezione di Guidano e Liotti, non voglio parlare tanto della depressione, ma del depresso, non della malattia, ma della persona.

Spesso trattare la malattia consente al professionista uno sguardo distaccato e razionale, un approccio serio e, in ultima analisi, rassicurante. Parlare delle persone è più difficile perché ogni persona è un caso a parte, una storia singola, una prospettiva di studio nuova e piena di insidie, per chi cerca le sicurezze.

Parlare del depresso significa parlare di una persona che, per storia personale e familiare, si è organizzata in una maniera tale da evidenziare alcune fragilità di fronte a determinate situazioni. Non tutti i depressi sviluppano una depressione, ma tutti i depressi tendono a star male in una maniera che la nosografia psichiatrica definisce con le caratteristiche della sindrome depressiva.

Cos’è quindi la depressione? Secondo noi la depressione è il segnale che una persona caratterizzata da un’organizzazione di personalità di tipo depressivo sta attraversando un momento di crisi profonda e significativa.

Parlare della persona, e non della malattia, richiede da subito un chiarimento terminologico. Usare il termine “depresso” rimanda ad una situazione di malattia in atto. E questo non è corretto seguendo il nostro approccio. E’ più preciso riferirci ad una “personalità depressiva”, come ad una persona che si è organizzata nel corso della sua vita attorno ad alcune tematiche particolarmente significative, come un albero che cresce e si sviluppa in ragione delle caratteristiche del terreno, della posizione al sole, degli ostacoli che può trovare. La personalità depressiva, secondo le proposte di Liotti e Guidano e poi negli approfondimenti proposti da Bara, Veglia e Reda, evidenzia particolari attitudini all’autonomia e alla cura dell’altro, capacità di fare da solo e di accudire associate ad una spiccata capacità di pensiero che si manifesta con la tendenza a farsi domande, a valutare la propria opera e a coltivare con perizia il senso di colpa o di inadeguatezza. I pensieri o la capacità di fare e risolvere i problemi altrui: questo caratterizza la personalità depressiva tanto da portarla a sottovalutare i propri bisogni fisici o voluttuari e a sentirsi sempre come colui che deve fare per essere amato. L’amore. Questo è il tema di fondo per la personalità depressiva. Questo è il tema di fondo per molti, forse per tutti, ma la personalità depressiva tende a sentirsi non degno di amore e pertanto ha sviluppato nel corso della vita una sensibilità specialissima per quelle situazioni che segnalano una perdita, un distacco, un allontanamento. Spesso ha così paura di rivivere una situazione così dolorosa che tende ad investire poco nelle relazioni “perchè poi tanto finiscono…e si soffre”.

Ma l’amore è una sirena potentissima, ogni situazione di avvicinamento può rappresentare “la volta buona”, la possibilità di essere riconosciuto come persona degna di essere amata.

Tutte le situazioni di separazione, abbandono, perdita, ma anche quelle di fallimento determinano un vortice cognitivo in cui la personalità depressiva si perde e si dimentica di sé alla ricerca delle cause dei propri fallimenti o della malvagità della vita.

E allora poi il rimuginio, i pensieri, la paura di vivere si impossessano dei minuti e niente sembra più avere valore, nessuno sembra poter essere d’aiuto.

E’ in questi momenti che può valer la pena confrontarsi con uno specialista, con uno psicologo. Lo psicologo è, per formazione, lo specialista della sofferenza, dei modi in cui la sofferenza si manifesta, ma è anche lo specialista delle emozioni e delle risorse che spesso dimentichiamo di avere.

Dall’incontro, dalla relazione tra due esperti, lo psicologo, esperto della sofferenza, e il paziente, esperto di se stesso, possono nascere soluzioni, nuovi modi di affrontare il presente, di interpretare il passato e di progettare il futuro.depressione

Cefalea

Non solo i farmaci per la cura del mal di testa

Un corretto inquadramento ed una corretta gestione dei fattori psicologici sembrano favorire un miglioramento della sintomatologia

L’inquadramento delle cefalee parte da una accurata classificazione. La più aggiornata e precisa è stata curata dall’International Headache Society (IHS). Le diagnosi sono state organizzate secondo un sistema gerarchico su quattro livelli che esprimono il grado di accuratezza diagnostica (vedi Classificazione delle cefalee).

Fattori psicologici nella cefalea

La cefalea è probabilmente il sintomo fisico che viene legato maggiormente a problemi di natura psicologica. Quando si parla di “problemi psicosomatici” viene quasi inevitabile pensare a tutte quelle cefalee strettamente legate a problematiche affettive, emotive e di difficoltà in vari momenti della vita quotidiana.

Nei pazienti affetti da emicrania lo stress è presente in una percentuale che raggiunge i due terzi del numero totale dei pazienti, l’ansia è un fattore importante per quasi la metà di chi soffre di emicrania e la depressione è presente per circa un quinto.

Molte ricerche hanno potuto evidenziare che ansia, stress e depressione giocano un ruolo fondamentale sia da un punto di vista patogenetico che nel mantenimento del problema cefalalgico. In generale i cefalalgici hanno un’elevazione delle caratteristiche psicologiche ma non rientrano in un quadro psicopatologico.

Stress e cefalea

Ci sono tre elementi fondamentali nelle relazione fra stress e cefalea.

  1. Lo stress sembra essere un frequente fattore originario della cefalea vascolare sebbene la relazione causa-effetto sia meno chiara che nella cefalea di tipo tensivo. In ogni caso è ipotizzabile una prima azione dello stress come iniziatore della cefalea in individui biologicamente predisposti.
  2. Un secondo aspetto riguarda la capacità dello stress di potenziare o intensificare una cefalea in corso.

L’emicrania provocata dallo stress di solito non si scatena al picco dello stress, ma nel periodo di rilassamento immediatamente successivo. L’ipotesi è che lo stress entri in gioco nella multifattorialità dei fattori scatenanti aumentando la vulnerabilità del soggetto all’emicrania.

  1. La terza considerazione sulla relazione fra stress e cefalea fa notare come la prolungata presenza di un problema di cefalea provochi un circolo vizioso evidente e doloroso. La presenza di un dolore o fastidio continuo o intermittente, l’aspettativa di una crisi sono tutte situazioni che provocano l’innalzamento dei livelli di stress che diventano il punto di partenza per la cefalea che a sua volta innesca il processo doloroso.

Ansia e cefalea

L’ansia è un’emozione utile per affrontare in modo corretto tutti i problemi e gli eventi della vita quotidiana. Questa fondamentale funzione spesso è così routinaria che non ne esiste una percezione diretta. Solamente quando raggiunge dei livelli di disagio l’ansia comincia ad essere fastidiosa e anche dolorosa. In questi casi diventa una previsione del futuro esagerata e pessimistica che, nei casi di ansia continua e cronicizzata, porta allo sviluppo di problemi psicosomatici. La persona ansiosa è costantemente in stato di allarme per cercare di controllare l’evento temuto. L’attivazione psicofisiologica determinata dallo stato di allarme comporta una tensione muscolare che potrebbe essere la responsabile delle cefalee che si rilevano con molta frequenza nelle persone ansiose.

Depressione e cefalea

La cefalea è il sintomo somatico più frequente nella depressione e viene segnalata da oltre il 50% dei pazienti depressi.

La comprensione del ruolo della depressione nella cefalea è complicata dal fatto che diversi disturbi vegetativi della depressione (anoressia, disturbi del sonno, mancanza di energia, ecc.) possono essere attribuiti anche alla cefalea.

Diventa quindi importante nella valutazione stabilire fra cefalea e depressione quale dei due sia la causa e quale l’effetto.

Cefalea ed emozioni

Il rapporto fra cefalea ed emozioni ha beneficiato di un’ampia varietà di studi che hanno cercato conferme alla comune esperienza vissuta da moltissime persone in base alla quale un attacco cefalalgico segue immediatamente un’intensa situazione emozionale. Questo fatto potrebbe essere confermato dalle cefalee già in atto che aumentano di intensità in seguito a fattori emozionali. Non è possibile stabilire, tuttavia, un rapporto di causa-effetto come queste osservazione empiriche ma superficiali potrebbero indicare. Nel rapporto fra cefalea ed emozioni si esclude , quindi un meccanismo causale. Basti pensare a quei casi in cui l’attacco di cefalea prende il via nel momento in cui vengono a cessare i fattori emozionali. Questo è il tipico caso della cefalea da Week-end caratteristica delle persone che si impegnano molto sul lavoro e hanno un’esplosione cefalalgica proprio nel momento dello stacco settimanale.

Una funzione completamente differente è quella di altre esperienze nelle quali, in seguito ad un’intensa emozione, il dolore cefalico è completamente cessato.

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LA VALUTAZIONE DELLA CEFALEA

I 5 passi nella valutazione della cefalea:

1) Valutazione medica.

L’indagine clinica comprende una completa valutazione medica di cui un ruolo centrale riveste la valutazione neurologica. Per la maggioranza dei pazienti lo specialista neurologo è sufficiente per inquadrare gli aspetti medici della cefalea. La consulenza di altri specialisti (oculista, dentista, neurochirurgo, internista, ginecologo) viene richiesta se si configura la necessità di ulteriori accertamenti.

2) Intervista al paziente.

Al paziente vengono formulate domande che riguardano tutte le aree critiche.

Le aree da investigare comprendono la storia della cefalea, la familiarità, gli esami di laboratorio già compiuti, le consulenze specialistiche e le terapie già effettuate, un primo inquadramento psicologico su eventuali fattori di stress, i motivi che hanno portato ad ulteriori indagini e terapie. In qualche caso vengono sentiti anche i parenti. Il ruolo dei parenti nella fase di valutazione ha lo scopo di avere ulteriori informazioni per completare il quadro del dolore del paziente, le sue cause scatenanti e le reazioni emotive di scatenamento o di accompagnamento. Inoltre è possibile chiedere la loro collaborazione nelle varie fasi della terapia.

L’inquadramento psicologico comprende il lavoro, la qualità di vita, la famiglia, la sessualità, il tempo libero, le conseguenze sociali della cefalea, l’auto-efficacia in generale e rispetto alla cefalea, la percezione personale della cefalea, le aspettative rispetto alla terapia, la disponibilità alla terapia farmacologica e non farmacologica.

3) Valutazione psicologica.

La valutazione psicologica non ha lo scopo di mettere in discussione la base organica di molti tipi di cefalea, ma quest’indubbia constatazione non indebolisce il ruolo dei fattori psicologici. Ci possono essere fattori psicologici come unica causa della cefalea, ma in moltissimi casi i fattori psicologici interagiscono con i fattori biologici nello scatenamento, nel mantenimento o nell’esacerbazione della cefalea.

L’assessment iniziale comprende il colloquio e la batteria di test che l’équipe ritiene più opportuna.

4) Diario della cefalea.

Il diario della cefalea include diversi parametri che possono comprendere la data e l’ora di inizio della cefalea, l’intensità, il grado di invalidità indotta, la durata, tipi e quantità dei farmaci assunti. A seconda degli obiettivi, vengono richiesti altri dati come la situazione nella quale è iniziata la crisi, i sintomi prodromici, i sintomi di accompagnamento, i pensieri associati, il comportamento conseguente, ecc.

5) Profilo psicofisiologico.

Prima di avviare un paziente sofferente di cefalea alla terapia e` necessario un’accurata valutazione che preveda anche un profilo psicofisiologico. Lo scopo e` di aver informazioni sulla risposta fisiologica del soggetto, sulle modalita` piu` appropriate di Biofeedback-Training e sulla funzione fisiologica da controllare.

LA TERAPIA NON FARMACOLOGICA DELLA CEFALEA

La terapia non farmacologica della cefalea deve tenere in debito conto la presenza di stress, ansia e depressione.

Sul piano prettamente tecnico le metodologie maggiormente impiegate sono le seguenti:

1) Tecniche cognitivo-comportamentali

Hanno lo scopo di aiutare il paziente a prevenire le sensazioni dolorose prima che diventino molto intense. Il paziente impara a riconoscere i segnali discriminativi che indicano l’inizio di un processo che porta alla tensione muscolare e quindi alla cefalea. Obiettivo fondamentale è aumentare la consapevolezza attraverso

– Aumento della consapevolezza corporea con esercizi di automonitoraggio e training di rilassamento

– Aumento della consapevolezza emozionale con training di etichettamento e contestualizzazione delle emozioni

– Aumento della consapevolezza dei circoli viziosi che innescano reazioni ansiose

Imparare ad associare una situazione di fastidio con un evento successo “prima” e ad etichettare il “fastidio” con l’emozione di “rabbia” oppure di “paura”, rappresenta il goal della terapia poiché consente alla persona di sperimentare nuove modalità di relazione in contesti segnati da particolare tensione.

Altre tecniche di supporto

Training di rilassamento.

Il grande vantaggio delle tecniche di rilassamento è la loro semplicità d’uso e il loro approccio del tutto naturale senza la necessità di apparecchiature elettromedicali o di sussidi farmacologici.

Biofeedback Training.

Il ruolo del Biofeedback nella terapia non farmacologica della cefalea è stato oggetto di una quantità notevolissima di ricerche che ne hanno puntualizzato l’efficacia in diversi tipi di cefalea.

Nel EMG Biofeedback Training al paziente viene insegnato a rilassare la muscolatura frontale. In altre metodologie gli elettrodi di superficie sono stati applicati sul trapezio.

Nel Thermal Biofeedback il paziente viene addestrato ad aumentare la temperatura periferica delle mani provocando in tal modo una vasodilatazione. Il training produce progressivamente una abilita` di controllo vasomotorio che viene impiegata per ridurre ed eliminare l’accesso emicranico con un’azione sia preventiva che sintomatica.

Associazione fra terapia di rilassamento/biofeedback e terapia farmacologica

Il paziente cefalalgico può trarre beneficio da un approccio psicologico anche se continua ad assumere una terapia farmacologica.

Le ricerche hanno sostanzialmente notato che i singoli trattamenti da soli, sia farmacologici che attraverso il Biofeedback, hanno una efficacia che si equivale e comunque producono minori effetti rispetto alle combinazioni terapeutiche.

Ipnosi.

L’ipnosi nella cefalea è stata applicata soprattutto come modalità per attenuare il dolore. Gli obiettivi ai quali tende il ciclo delle sedute ipnotiche sono aspecifici (apprendimento dell’autocontrollo emotivo, maggiore sicurezza di sé stesso, fiducia nelle possibilità di controllo del sintomo) e specifici (risposta antagonista all’ansia, fattore miorilassante delle zone contratte , riequilibratore dell’emodinamica circolatoria delle zone stesse, alleviamento sintomatico del dolore).

Se il mal di testa riduce notevolmente la tua qualità di vita e rappresenta un pensiero costante, prova a chiederti se in questo periodo ci sono eventi o situazioni particolarmente stressanti, se le tue relazioni significative ti creano disagio, se non sia il caso di farsi dare una mano per fare chiarezza sulla natura del tuo malessere.

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Bibliografia e riferimenti

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Classificazione delle cefalee primarie

Il primo numero si riferisce ai gruppi principali di I° livello diagnostico. Il secondo numero appartiene al II° livello diagnostico. Il terzo numero è di pertinenza del III.o livello diagnostico. In alcuni casi limitati è stato definito anche un quarto livello diagnostico.

1. Emicrania

1.1 Emicrania senz’aura

1.2 Emicrania con aura

1.2.1 Emicrania con aura tipica

1.2.2 Emicrania con aura protratta

1.2.3 Emicrania emiplegica familiare

1.2.4 Emicrania basilare

1.2.5 Aura emicranica senza cefalea

1.2.6 Emicrania con aura ad esordio acuto

1.3 Emicrania oftalmoplegica

1.4 Emicrania retinica

1.5 Sindromi periodiche dell’infanzia, possibili precursori dell’emicrania o che possono essere associate all’emicrania

1.5.1 Vertigine parossistica benigna dell’infanzia

1.5.2 Emiplegia alternante dell’infanzia

1.6 Complicanze dell’emicrania

1.6.1 Stato emicranico

1.6.2 Infarto emicranico

1.7 Disordini emicranici che non soddisfano i criteri per le forme precedenti

2. Cefalea di tipo tensivo

2.1 Cefalea di tipo tensivo episodica

2.1.1 Cefalea di tipo tensivo episodica associata ad alterazione dei muscoli pericranici

2.1.2 Cefalea di tipo tensivo episodica non associata ad alterazione dei muscoli pericranici

2.2 Cefalea di tipo tensivo cronica

2.2.1 Cefalea di tipo tensivo cronica associata ad alterazione dei muscoli pericranici

2.2.2 Cefalea di tipo tensivo cronica non associata ad alterazione dei muscoli pericranici

2.3 Cefalea di tipo tensivo che non soddisfa i precedenti criteri

3. Cefalea a grappolo ed emicrania cronica parossistica

3.1 Cefalea a grappolo

3.1.1 Cefalea a grappolo a periodicità
indeterminata

3.1.2 Cefalea a grappolo episodica

3.1.3 Cefalea a grappolo cronica

3.1.3.1 Incessante dall’esordio

3.1.3.2 Trasformata in cronica da episodica

3.2 Emicrania cronica parossistica

3.3 Disordini simili alla cefalea a grappolo che non soddisfano i criteri per le forme precedenti

4. Cefalee varie non associate a lesioni strutturali

4.1 Cefalea trafittiva acuta idiopatica

4.2 Cefalea da compressione esterna

4.3 Cefalea da freddo

4.3.1 Applicazione esterna di uno stimolo freddo

4.3.2 Ingestione di sostanze fredde

4.4 Cefalea benigna da tosse

4.5 Cefalea benigna da attività fisica

4.6 Cefalea associata ad attività sessuale

4.6.1 Cefalea con dolore sordo

4.6.2 Cefalea con dolore esplosivo

4.6.3 Cefalea posturale.

5. Cefalea associata a trauma cranico

5.1 Cefalea post-traumatica acuta

5.1.1 Con trauma cranico grave e/o segni clinici

5.1.2 Con trauma cranico lieve e senza segni clinici

5.2 Cefalea post-traumatica cronica

5.2.1 Con trauma cranico grave e/o segni clinici

5.2.2 Con trauma cranico lieve e senza segni clinici.

6. Cefalea associata a patologie vascolari

6.1 Malattia cerebrovascolare ischemica acuta

6.1.1 Attacchi ischemici transitori (T.I.A.)

6.1.2 Ictus tromboembolico

6.2 Ematoma intracranico

6.2.1 Ematoma intracerebrale

6.2.2 Ematoma subdurale

6.2.3 Ematoma epidurale

6.3 Emorragia subaracnoidea

6.4 Malformazioni vascolari non sanguinanti

6.4.1 Malformazioni artero-venose

6.4.2 Aneurismi sacculari

6.5 Arteriti

6.5.1 Arterite a cellule giganti

6.5.2 Altre arteriti sistemiche

6.5.3 Arteriti primarie endocraniche

6.6 Dolori che originano dall’arteria carotide o vertebrale

6.6.1 Dissezione dell’arteria carotide o vertebrale

6.6.2 Carotidinia (idiopatica)

6.6.3 Cefalea post endoarterectomia

6.7 Trombosi venose

6.8 Ipertensione arteriosa

6.8.1 Risposta ipertensiva acuta ad agenti esogeni

6.8.2 Feocromocitoma

6.8.3 Ipertensione maligna

6.8.4 Preeclampsia ed eclampsia

6.9 Cefalea associata ad altre patologie vascolari.

7. Cefalea associata a patologia endocranica non vascolare

7.1 Aumento della pressione liquorale

7.1.1 Ipertensione endocranica benigna

7.1.2 Idrocefalo ipertensivo

7.2 Diminuzione della pressione liquorale

7.2.1 Cefalea da puntura lombare

7.2.2 Cefalea da fistola liquorale

7.3 Infezioni endocraniche

7.4 Sarcoidosi ed altre malattie infiammatorie non di tipo infettivo endocraniche

7.5 Cefalea da iniezione intratecale

7.5.1 Azione diretta

7.5.2 Meningite chimica

7.6 Neoplasie endocraniche

7.7 Cefalea associata ad altre patologie endocraniche.

8. Cefalea da assunzione o da sospensione di sostanze esogene

8.1 Cefalea da assunzione o esposizione acuta a sostanze

8.1.1 Cefalea da nitrati/nitriti

8.1.2 Cefalea da assunzione di glutammato monosodico

8.1.3 Cefalea indotta da monossido di carbonio

8.1.4 Cefalea indotta da alcool

8.1.5 Cefalea da assunzione di altre sostanze

8.2 Cefalea da assunzione o esposizione cronica a sostanze

8.2.1 Cefalea indotta da ergotamina

8.2.2 Cefalea da abuso di analgesici

8.2.3 Altre sostanze

8.3 Cefalea da sospensione di sostanze esogene (per uso acuto)

8.3.1 Cefalea da sospensione di alcool

8.3.2 Altre sostanze

8.4 Cefalea da astinenza da sostanze esogene (uso cronico)

8.4.1 Cefalea da astinenza da ergotaminici

8.4.2 Cefalea da astinenza da caffeina

8.4.3 Cefalea da astinenza da oppiacei

8.4.4. Altre sostanze

8.5 Cefalea associata ad assunzione di sostanze, ma con meccanismo incerto

8.5.1 Anticoncezionali orali o estrogeni

8.5.2 Altre sostanze.

9. Cefalea associata ad infezioni non craniche

9.1 Infezioni virali

9.1.1 Focali non craniche

9.1.2 Sistemiche

9.2 Infezioni batteriche

9.2.1 Focali non craniche

9.2.2 Sistemiche (setticemia)

9.3 Cefalea da altre infezioni.

10. Cefalea associata a patologie metaboliche

10.1 Ipossia

10.1.1 Cefalea da altitudine

10.1.2 Cefalea ipossica

10.1.3 Cefalea da apnea nel sonno

10.2 Ipercapnia

10.3 Ipossia associata ad ipercapnia

10.4 Ipoglicemia

10.5 Dialisi

10.6 Cefalea associata ad altre patologie metaboliche.

11. Cefalee o dolori facciali associati a patologie del cranio, collo, occhi, orecchi, naso e seni paranasali, denti, bocca o di altre strutture facciali o craniche

11.1 Ossa del cranio

11.2 Collo

11.2.1 Colonna cervicale

11.2.2 Tendiniti retrofaringee

11.3 Occhi

11.3.1 Glaucoma acuto

11.3.2 Errori di rifrazione

11.3.3 Eteroforia ed eterotropia

11.4 Orecchi

11.5 Naso e seni paranasali

11.5.1 Cefalea da sinusite acuta

11.5.2 Altre malattie del naso o dei seni paranasali

11.6 Denti, mandibole e altre strutture collegate

11.7 Alterazioni dell’articolazione temporo mandibolare.

12. Nevralgie craniche, nevriti e dolori da deafferentazione

12.1 Dolore persistente ad origine da nervi cranici

12.1.1 Compressione o distorsione di nervi cranici e della seconda o terza radice cervicale

12.1.2 Demielinizzazione di nervi cranici

12.1.2.1 Neuriti ottiche (neuriti retrobulbari)

12.1.3 Lesioni infartuali di nervi cranici

12.1.3.1 Neurite diabetica

12.1.4 Infiammazione di nervi cranici

12.1.4.1 Herpes zoster

15.1.5 Sindrome di Tolosa-Hunt

12.1.6 Sindrome ” collo-lingua ” (neck-tongue syndrome)

12.1.7 Altre cause di dolore persistente d’origine da nervi cranici

12.2 Nervralgia trigeminale

12.2.1 Nevralgia trigeminale idiopatica

12.2.2 Nevralgia trigeminale sintomatica

12.2.2.1 Compressione delle radici o del ganglio trigeminale

12.2.2.2 Lesioni centrali

12.3 Nevralgia del glossofaringeo

12.3.1 Nevralgia glossofaringea idiopatica

12.3.2 Nevralgia glossofaringea sintomatica

12.4 Nevralgia del nervo intermedio

12.5 Nevralgia occipitale

12.7 Altre cause centrali di cefalea e dolori facciali

12.7.1 Anestesia dolorosa

12.7.2 Dolore talamico

12.8 Dolori facciali che non rientrano nei gruppi 11 o 12.

13. Cefalee non classificabili

Obesità

Il mio metabolismo non funziona!

Le diete alla fine le ho mollate tutte, tanto non servono.

Mangiare, in fondo, mi da piacere.

Per dimagrire serve solo tanta forza di volontà….e io sono pigro!

Facciamo chiarezza! L’obesità è una malattia, o meglio, una patologia complessa in grado di determinare diverse situazioni di malattia (vedi sotto Obesità e salute). L’obesità non è una scelta di vita, ma è spesso il frutto di scelte sbagliate legate ad uno scorretto rapporto con il cibo, con il proprio corpo e con l’attività fisica.

La persona obesa spesso è vittima di pregiudizi, e quasi sempre si giudica in maniera severa: pigro, svogliato, incapace…o peggio. Questo modo di pensare a se stessi è indice di una incapacità a pensare a se come a persone di valore, persone per cui vale la pena dedicare tempo e impegno.

Intraprendere una dieta è un percorso faticoso. E’ relativamente facile perdere peso, il difficile è mantenere i risultati nel tempo perché sono necessari cambiamenti stabili nello stile di vita, che significa l’organizzazione della giornata e del tempo. Trovare il tempo per cucinare correttamente, per fare la spesa con la testa, e non con la pancia, per fare attività fisica. Questo è il vero ostacolo della persona obesa. E l’obiettivo del lavoro psicologico di supporto alla dieta è quello di aiutare a recuperare il senso dell’impegno per se stessi.

Trattamento

In accordo con gli altri specialisti dell’équipe (dietologo, dietista, chirurgo bariatrico) e sulla base del percorso intrapreso dalla persona che giunge a consultazione, viene proposto un percorso psicologico individualizzato finalizzato a

– Mantenere la motivazione alla dieta e all’attività fisica

– Ricercare uno stile di vita sano

– Riconoscere gli ostacoli ad uno stile di vita sano

– Riconoscere le emozioni alla base di uno stile alimentare compulsivo

– Ricostruire la propria storia di rapporto con il cibo

– Ipotizzare stili comportamentali alternativi al cibo per la gestione di emozioni disregolanti

 

Obesità, le cause

Nel nostro paese circa 4 milioni di persone sono obese e 16 milioni in sovrappeso; esiste un generale consenso sul fatto che l’obesità non sia un singolo disturbo, ma un gruppo di condizioni con origini multiple (genetiche, comportamentali ed ambientali ) che agiscono attraverso l’impatto dell’introito calorico e del dispendio energetico. Molte ricerche hanno evidenziato che le persone che presentano un peso corporeo adeguato nel tempo, in genere fanno costantemente attività fisica, consumano una dieta povera di grassi, controllano periodicamente il loro peso. Ci sono persone, quindi, che riescono a mantenere il peso corporeo sotto controllo, nonostante potenti meccanismi biologici operino per favorire il recupero ponderale: ciò sembra essere reso possibile principalmente da fattori cognitivo-comportamentali, quali la motivazione a controllare il peso attraverso un’attività fisica costante, il controllo sull’assunzione di cibi ricchi di grassi e calorie, il consumo moderato di alcolici.

Dal punto di vista cognitivo l’incremento ed il recupero del peso corporeo sono la conseguenza di due meccanismi fra loro collegati:

1)la diminuzione progressiva della convinzione di poter controllare il peso corporeo

2) l’abbandonarsi, in queste condizioni, ad abitudini alimentari caotiche o incongrue con aumento progressivo del peso

 

questi processi sono spesso la conseguenza di una o più delle seguenti situazioni:

1) mancanza di abilità nel fronteggiare situazioni ad alto rischio o intensità emotiva, che porta a mangiare in eccesso e a non fare attività fisica

2) utilizzo del cibo per far fronte alle frustrazioni

3)mancato raggiungimento degli obiettivi di peso, o degli obiettivi che si pensa di poter raggiungere con il dimagrimento, con abbandono di ogni progetto

OBESITA’

Da “Standard di cura Italiani per l’obesità SIO/ADI 2012-2013

Dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolineano che l’86% delle morti e il 75% della spesa sanitaria in Europa e in Italia sono determinate da patologie croniche, che hanno come minimo comune denominatore 4 principali fattori di rischio: fumo, abuso di alcol, scorretta alimentazione e inattività fisica. Queste ultime due condizioni sono alla base dell’allarmante e continuo aumento della prevalenza di sovrappeso e di obesità nelle popolazioni occidentali e in quelle in via di sviluppo, che ha raggiunto le proporzioni di un’inarrestabile epidemia. In Europa il sovrappeso e l’obesità sono responsabili di circa l’80% dei casi di diabete tipo 2, del 55% dei casi di ipertensione arteriosa e del 35 % di casi di cardiopatia ischemica; tutto ciò si traduce in 1 milione di morti l’anno e 12 milioni di malati all’anno.

 

Cos’è l’obesità

Sovrappeso e obesità sono definiti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms ) come condizioni di anormale o eccessivo accumulo di grasso corporeo che presenti un rischio per la salute. Dal 2000 l’Oms ha infatti inserito nella definizione la relazione con una maggiore mortalità e morbilità.

L’indice più usato per misurare l’obesità è il Body Mass Index (BMI) o Indice di Massa Corporea (IMC). Si misura dividendo il peso corporeo (in kg) per il quadrato della statura (in metri). I valori soglia di IMC consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per definire la condizione di sottopeso, normopeso, sovrappeso e obesità dell’adulto sono stati recentemente unificati per uomini e donne:

  • IMC inferiore a 18,5 = sottopeso
  • IMC compreso tra 18,5 e 24,9 = normopeso
  • IMC compreso tra 25 e 29,9 = sovrappeso
  • IMC compreso tra 30 e 34,9 = 1° grado di obesità
  • IMC compreso tra 35 e 39,9 = 2° grado di obesità
  • IMC maggiore di 40 = 3° grado di obesità

L’obesità è multifattoriale. È legata all’interazione circolare – nel corso della vita – di fattori predisponenti genetici, fattori ambientali (familiari, lavorativi, micro e macro sociali), abitudini alimentari scorrette, ridotto dispendio energetico,

disturbi dell’umore e di personalità.

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I tre elementi che, più di altri, definiscono una malattia e cioè il danno organico, la sofferenza psicologica, le difficoltà nelle relazioni sociali, sono tutti ampiamente presenti nell’obesità.

 

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L’obesità è una patologia complessa in grado di determinare o peggiorare situazioni di malattia. In particolare

– malattie cardiovascolari: malattie coronariche (il peso è al terzo posto tra i predittori di malattie coronariche dopo età e dislipidemie), ipertensione , ictus, scompenso cardiaco

– diabete mellito (rispetto a un BMI <21, un BMI compreso fra 25 e 28 il rischio diabete aumenta di 5 volte, con un BMI >30 aumenta di 28 volte, con un BMI > 35 aumenta di 93 volte nelle donne, nei maschi l’aumento del rischio è leggermente inferiore)

– malattie della colecisti (la colelitiasi è 4 volte più frequente negli obesi)

– cancro: soprattutto cancro del colon (prevalenza doppia per BMI >29) e cancro della mammella

– malattie respiratorie (sindrome delle apnee ostruttive del sonno con aumentato rischio di cardiopatia ischemica per i picchi catecolaminergici durante le apnee).

 

COME SI CURA L’OBESITA’

Lo scopo della terapia per l’obesità è quello di ottenere un calo ponderale sia attraverso la riduzione dell’intake calorico che attraverso l’assunzione di uno stile di vita attivo. I metodi per raggiungere questo obiettivo variano notevolmente, anche a seconda del grado di obesità.
Il primo approccio è quello di tipo dietetico basato sul ricorso ad un regime dietetico ipocalorico da associarsi ad un programma di attività fisica strutturato e calibrato sui bisogni e le possibilità di ogni paziente.

L’approccio farmacologico: sebbene esistano numerosi farmaci per trattare le patologie associate all’obesità, da quelle psicologiche a quelle metaboliche, non esiste un farmaco che tratta in maniera completa una patologia come l’obesità, per definizione multifattoriale.
E’ bene ricordare che quella della dieta è una vera e propria industria e che sul mercato sono presenti svariati prodotti a base di erbe, integratori o cocktail di vari prodotti che i pazienti possono reperire con facilità ma che spesso sono inefficaci se non addirittura in alcuni casi fortemente dannosi per la salute.
Uno strumento ulteriore di approccio terapeutico è costituito dalla riabilitazione multidisciplinare dell’obesità che spesso viene riservato a forme di obesità di grado elevato o con rilevanti complicanze; tale sistema si basa su una gestione da parte di un gruppo di più professionisti (internisti, nutrizionisti, psichiatri, psicologi, dietisti, fisioterapisti e infermieri, etc) in ambito ambulatoriale o, più spesso, di ricovero breve presso strutture dedicate. Tale approccio cerca di ricostruire nel paziente corrette abitudini alimentari, migliorare la sua capacità di gestione del peso corporeo, riattivare le strutture muscolari e recuperare mobilità articolare, migliorare il sistema cardiocircolatorio e respiratorio,rafforzare la motivazione a intraprendere un percorso di cura e attenzione verso di sè, avviare un processo di consapevolezza sulle cause alla base della ricerca compulsiva di cibo.
Infine esiste l’approccio chirurgico della cosiddetta chirurgia bariatrica; negli ultimi anni le tecniche chirurgiche si sono sempre più evolute ed affinate ed oggi è possibile proporre tale opzione a pazienti selezionati che non abbiano ottenuto una risposta in termini di riduzione di peso con le terapie mediche. In conformità con le indicazioni delle principali società scientifiche, l’opzione chirurgica va riservata a pazienti obesità di terzo grado oppure anche a forme di obesità di secondo grado se associata a comorbilità.